Il termine “ultras” (dal latino ultra = oltre, al di là) nasce nella Francia rivoluzionaria del Settecento per indicare chi spingeva all’estremo la propria ideologia e prassi politica. A partire dagli anni Sessanta, la parola entra nel gergo giornalistico sportivo italiano per descrivere singoli o gruppi di tifosi organizzati.
Fin dalle sue origini, quello degli ultras è uno degli argomenti più fraintesi del discorso pubblico sul calcio. Quasi mai il movimento ultras viene considerato per quello che è: una sottocultura, che agisce quindi con un linguaggio e regole proprie, spesso in opposizione alla cultura egemone.
Le curve sono state per oltre cinquant’anni un luogo fisico, sociale e culturale attraversato da generazioni di giovani, operai, impiegati. Un’esperienza che oggi sembra avviarsi al capolinea, non solo sotto il peso delle inchieste, ma anche a causa di mutamenti culturali che, da decenni, attraversano le metropoli occidentali, contribuendo a marginalizzare – o a commercializzare – spazi che un tempo erano alternativi, se non apertamente controculturali.
Come annunciato in un comunicato della Curva Sud del Milan, dalla prima partita della stagione – giocata in casa contro il Bari – il secondo anello blu dello Stadio di San Siro non ospiterà il tifo organizzato rossonero a tempo indeterminato. Questa notizia non è stata certo un fulmine a ciel sereno: è l’onda lunga dell’inchiesta “Doppia Curva”, che ha decapitato i vertici delle due curve milanesi e svelato crimini e affari illeciti. Indagini similari hanno coinvolto diverse curve italiane, mettendo a dura prova la credibilità di questi spazi agli occhi dell’opinione pubblica.
Eppure, sarebbe riduttivo leggere il movimento ultras soltanto attraverso gli occhi degli inquirenti. Nessuno nega l’esistenza di dinamiche criminali all’interno di questo contesto, ma la stretta repressiva nei confronti delle curve è un fenomeno che prosegue da decenni e che appare come la negazione dello spazio fisico e simbolico che queste collettività si erano conquistate nel corso della loro storia.
Va ricordato, infatti, che la storia muta e con essa la cultura, che non è una realtà fissa o naturale: essa si costruisce attraverso processi storici, sociali e politici, diventando un terreno di conflitto dove gruppi diversi lottano per imporre i propri significati a simboli, pratiche e rappresentazioni. In questo senso, la cultura è anche uno strumento di potere: chi controlla le rappresentazioni influenza ciò che viene percepito come normale, accettabile o legittimo. Se oggi le curve vengono giudicate soltanto come covi di criminalità, questo è anche il risultato di una sconfitta sul piano culturale, prima ancora che su quello penale.

Oggi il movimento ultras è una sottocultura che fatica a sopravvivere in un mondo profondamente cambiato dal punto di vista sociale e politico. Eppure, dalla fine degli anni Sessanta – quando è nato – ha rappresentato una vera rivoluzione culturale, dando forma a un nuovo modo di vivere lo stadio e di intendere la passione sportiva, un modello che ancora oggi viene seguito e imitato in tutto il mondo.
Nella fase di massima partecipazione del movimento ultras in Italia – tra la seconda metà degli anni ’80 e tutti gli anni ’90 – le curve degli stadi sono stati spazi realmente vivi dal punto di vista sociale: luoghi nati dal basso, dove si riunivano in forma comunitaria tante persone desiderose di identificarsi in un atteggiamento anti-conformista e dove si praticava un’alternativa concreta a una società sempre più povera di occasioni di partecipazione collettiva e sempre più organizzata secondo logiche individualiste. Pur con gli eccessi di violenza che fanno parte, a pieno titolo, della cultura ultras, in quella fase le curve sono state uno spazio inedito all’interno del quale si è anche riconfigurato quello scontro politico che aveva attraversato l’Italia tra la fine degli anni Sessanta e gli anni Settanta.
Con l’inizio del nuovo millennio, però, molte cose sono cambiate. Le curve si sono trovate a fare i conti con un calcio profondamente diverso. Come in altri sport, l’avvento delle pay-tv ha trasformato i club in vere e proprie aziende multinazionali, sempre più lontane da quella dimensione territoriale e comunitaria che il movimento ultras aveva incarnato. Gli stadi moderni, concepiti come spazi di intrattenimento quasi teatrale e con costi sempre più alti, hanno finito per scoraggiare la partecipazione popolare. A questo si è aggiunta la questione delle derive violente: con la morte del poliziotto Filippo Raciti, il 2 febbraio 2007, il mondo del calcio italiano si è compattato contro le curve, rendendole un bersaglio da isolare e reprimere.
In questo scenario sono cambiate anche le curve stesse, spinte da interessi economici e dal tentativo di sopravvivere in un contesto ormai ostile. Molti gruppi ultras hanno attraversato fasi di conflitti interni, da cui sono emerse dinamiche verticistiche e speculative, lontane dal senso comunitario che un tempo le caratterizzava. In questo processo, tante curve hanno perso anche la loro connotazione politica – che fosse di destra o di sinistra – sostituita da una logica sempre più imprenditoriale.
Così, in alcuni casi, hanno preso piede dinamiche legate alla criminalità organizzata, che ha visto in alcuni gruppi ultras un’opportunità di investimento. La commercializzazione della sottocultura ultras – un fenomeno che accomuna molte altre sottoculture – ne ha fortemente ridotto la forza simbolica e l’attrattiva esterna, svuotandola di significato agli occhi dell’opinione pubblica. In questo quadro, per la società Milan è stato facile disconoscere il valore storico della Curva Sud.
Eppure, una repressione cieca potrebbe non essere la risposta. Il modo in cui gli ultras vivono lo stadio non è solo l’espressione di una sottocultura con un valore sociale e creativo, ma costituisce parte integrante dello spettacolo calcistico stesso. Senza il tifo organizzato, con tutte le sue contraddizioni, la partita perde attrattiva. Lo hanno capito in Germania, dove le stesse autorità riconoscono che il pubblico non va allo stadio soltanto per la gara, ma per un’esperienza collettiva più ampia: per questo gli ultras sono considerati parte dello spettacolo e possono esprimersi entro limiti definiti dalla legge. Forse, allora, si può immaginare anche da noi uno stadio che resti uno spazio sociale vitale.








