C’è una splendida serie di vecchie pubblicità Nike, figlie del rinascimento comunicativo del Baffo di fine anni ’90, che girava tutta intorno a un claim molto particolare: “Why am I worn?”.
La domanda era posta dal punto di vista della scarpa sportiva protagonista dello scatto, che di volta in volta raccontava il modo in cui avrebbe aiutato il suo atleta a migliorare. Ogni tanto mi chiedo se quella pila di maglie piegate con poca cura o se quegli scarpini cromati da grande campione anni 2000, acquistati proprio da me che a calcio ho giocato poco e male, si pongano un dubbio simile, domandandosi perché vengano comprati, collezionati, e a volte addirittura venerati.
In questo momento di enorme fermento e interesse, qualcuno potrebbe banalmente parlare di hype, per tutto ciò che è legato a un’idea un po’ nostalgica del calcio sarebbe infatti molto facile parlare di mode, trend, voglia di omologazione. I numeri e i grafici potrebbero anche dargli ragione, discutendo di come lo sport sia diventato soprattutto marketing e qualcuno potrebbe borbottare tirando in mezzo gli Stati Uniti e come ci abbiano dimostrato che tutto, sport compreso, possa diventare un ottimo strumento pubblicitario. Con un oceano di mezzo e un punto di vista condizionato dalle nostre tradizioni, qualcun altro potrebbe tirare in mezzo il tifo di plastica e come questo possa mutare in una scusa un po’ banale per sbattere uno stemma e qualche colore su qualunque oggetto: dai calzini alla cancelleria. Io, personalmente, penso sia un bel po’ più complicato di così. Se non altro per una sorta di autoassoluzione collettiva.
Un aspetto troppo spesso sottovalutato, rimesso al centro del discorso proprio in questi anni di sovraesposizione per il calcio, è il design: pattern, trame, colori e tratti distintivi ed elementi unici.
Negli oggetti di campo si nascondono ovunque dettagli ed elementi che formano un linguaggio visivo che una volta approfondito insegna a leggere il tempo che passa e l’evoluzione del gioco. Ogni minimo dettaglio conta e può diventare la gioia di un appassionato – dalla forma di una manica al logo di un paio di guanti da portiere, giù e giù fino alle toppe, le lettere, la trama delle cuciture di un paio di scarpini o i colori di una fascia da capitano.
Non è un caso che Neal Heard, un’eminenza quando si discute di sottoculture e articoli sportivi, abbia voluto intitolare un suo libro a riguardo “A lover’s guide to football shirts”. Senza un po’ d’amore non si capiscono nemmeno le maglie da calcio.
Nonostante tutto gli oggetti restano oggetti, siamo noi a decidere cosa rappresentano e come vivere il collezionismo. Negli anni ho visto persone indossare maglie autografate o preparate per grandi campioni al calcetto del mercoledì sera, mentre altri conservavano ritagli di giornale con la cura di un grande museo. La passione è un gioco in cui siamo noi a scrivere le regole: che il motore di tutto sia l’amore, la nostalgia, la voglia di accumulo o lo spirito d’emulazione non fa differenza.
Se tifare la propria squadra, andare allo stadio e sostenerla può diventare un rito, allora è giusto che gli oggetti di campo possano acquisire un valore aggiuntivo, trasformandosi in talismani, feticci e reliquie.
Per tanti indossare una maglia da calcio è un gesto di enorme responsabilità che porta con sé un grande significato, ovvero ribadire con orgoglio la propria appartenenza attraverso simboli e colori in modo quasi medievale. In pochi altri casi, come quando c’è di mezzo il tifo, è il valore che noi stessi attribuiamo agli oggetti a fare la differenza.



Ogni pezzo di una collezione accumulata in anni e anni di passione e viaggi ha la funzione di una capsula del tempo, basta vederlo o prenderlo in mano per ricordare in quale angolo del mondo e in compagnia di chi è stato acquistato o in quale partita è stato indossato, rievocando immediatamente ricordi, momenti e sensazioni.
Uno scarpino può diventare un dribbling, un gol, una pubblicità celebre vista sfogliando una rivista così come una maglia può rappresentare un’intera stagione o una singola partita o l’esatto istante che ci ha fatto innamorare dello sport.
Insomma, alla fine mi sa che la risposta ce l’eravamo già data: è complicato. Per fortuna, altrimenti che noia sarebbe?











