Il dialetto in musica è in grado di smuovere ancora le persone. Negli ultimi giorni La Niña ha vinto la Targa Tenco come miglior album in dialetto. Nel suo ultimo album, FURÈSTA, la cantautrice ha messo al centro della sua idea artistica la canzone campana, trovando un modo originale di fondere folklorismo e innovazione.
Il suo non è certamente un caso isolato.
L’esempio più noto rimane quello di Liberato, precursore nell’uso del dialetto napoletano, che continua tuttora a riscuotere un enorme successo. Lo scorso 31 maggio ha portato 50mila persone al Circo Massimo, sospinte dal peso che i pezzi in dialetto hanno ripreso all’interno del panorama musicale italiano.
Questa passione per la canzone “territoriale”, specialmente legata all’universo napoletano, si inserisce però in un ambiente socioculturale – quello italiano – in cui il napoletano è il dialetto più odiato dagli italiani, come evidenziato dalla ricerca di Preply del 14-15 febbraio 2025.
Come si giustifica quindi il successo di Liberato?
Nel caso di Liberato possiamo legare il successo alla capacità del progetto di essere innovativo e fresco, realmente differente da qualsiasi cosa sentita prima all’interno della scena italiana.
Sembra però che il dialetto stia effettivamente tornando a ritagliarsi degli spazi importanti, complice anche un ritorno delle nuove generazioni alle proprie origini dove possono riscoprire aspetti culturali innovativi, nonostante la loro staticità tradizionalista.
Usare il dialetto in musica ti permette di definire la propria identità attraverso l’appartenenza al territorio, come nel caso di Geolier o di Clementino, ma anche di CamilWay – calabrese, finalista di Nuova Scena S2 – e, se vogliamo, anche di Bresh con l’operazione di Crêuza de mä che, nonostante mancata familiarità del pubblico con il genovese, aveva riscosso immediato successo. O di BLUEM, che unendo l’esperienza all’estero e la cultura sonoro-visiva della Sardegna, ha creato un universo musicale in cui canti tradizionali e musica elettronica si muovono a braccetto, come se fossero sempre stati uniti.
L’aspetto più interessante che lega questi artisti è la loro volontà di esprimere tutto ciò che definisce e caratterizza la propria regione, senza rimanere obbligatoriamente legate ad una sola città più “caratteristica” dei loro territori di provenienza.
Identità che, come dimostrato da Bresh, non si limita solamente al Sud: il legame con la propria terra è espresso universalmente in tutta Italia sia da artisti storici – come Davide Van De Sfroos, comasco – sia da esempi più contemporanei come Massimo Pericolo e il suo legame rocambolesco con il varesotto, Dargen D’Amico e il suo rapporto di amore e odio con Milano, oppure dalla Lovegang126 e il loro amore per Roma.
Ma perché, dunque, il dialetto sta ritrovando uno spazio importante nella quotidianità grazie alla musica?
Il dialetto, come abbiamo già detto prima, può essere una forma di paradossale innovazione, dove il recupero della propria territorialità può essere inteso come la massima espressione di un cosmopolitismo che ha raggiunto la maturità: terminata l’esplorazione e la fascinazione per il mondo esterno, per tutto ciò che sta al di fuori del nostro tradizionale “giardino”, l’unica vera opzione che abbiamo è quella di tornare indietro, alle origini.
La rivalsa del dialetto è, quindi, la voglia delle nuove generazioni di riappropriarsi della propria identità attraverso la riesumazione – e conseguente rimodellamento – di caratteristiche e aspetti che definiscono la tradizione.