Un surreale pomeriggio a Roma con Verdy

Se qualche anno fa ci avessero detto che ci saremmo ritrovati al tavolo di un’osteria romana – nella sua versione più verace e italiana possibile, con tovaglia di carta e tutto il resto – a spiegare a uno degli artisti più conosciuti e popolari della nostra generazione, arrivato per la prima volta nella capitale, cosa significa “fare la scarpetta” e spiegargli la differenza tra carbonara e amatriciana, non ci avremmo creduto.

E invece alla fine è successo davvero: VERDY, quello di Vick e delle collaborazioni – tra gli altri – con KENZO e Nike, si è dovuto sorbire uno spiegone, durato tutto il pranzo, su tutti i piatti tipici del nostro paese, di come cambiano da regione a regione e di quanto il cibo sia quasi una religione per noi. Tipico cliché? Sì, ma il motivo per cui la conversazione è andata avanti più del previsto è stato lo sguardo di VERDY: mai sfuggente, sempre attento a ogni parola e a carpire tutti i dettagli che lo circondavano, e per questo il ruolo di “guida” è diventato una missione. 

Riuscire a descrivere, o addirittura sintetizzare, la personalità di una persona non è semplice, e il tutto diventa ancora più complesso se si prova a farlo con un artista. Nel caso di VERDY, però, c’è una parola che sembra calzare a pennello: turista. Non a livello letterale, nel senso di una persona che viaggia per motivi di svago, ma più come “archetipo” di qualcuno alla perenne scoperta del mondo, affascinato da qualsiasi cosa si pari di fronte a lui, con l’entusiasmo di un bambino e lo sguardo di un esperto. 

L’immagine della sua reazione alla vista del Colosseo per la prima volta, ma anche di un vialetto qualsiasi di Roma o della fantomatica amatriciana, rimarrà per sempre impressa nella nostra mente per mille motivi: perché siamo stati spettatori di un momento unico, perché il protagonista era un artista che da anni ammiriamo e seguiamo, e soprattutto perché ci ha fatto capire il motivo per cui VERDY sia riuscito a riscuotere il successo che ha ottenuto e a influenzare un certo tipo di cultura. Il suo approccio non sarà il più rivoluzionario di sempre, ma forse è stato proprio il suo spirito da esploratore – fedele a sé stesso, libero e curioso – ad averlo fatto arrivare lontano, in tutti i sensi.

Infatti, se diamo uno sguardo attento ai personaggi che popolano e rappresentano la street culture giapponese contemporanea, uno dei nomi che spicca tra gli altri per talento e poliedricità, è proprio quello di VERDY. Ed è estremamente probabile che vi siate imbattuti, almeno una volta nella vita, in una delle sue creazioni più famose e iconiche, come Vick, il personaggio da lui creato, che è anche protagonista della nostra cover, oppure il logo del suo progetto “Girls Don’t Cry”, o ancora in una foto scattata nel suo studio di Tokyo (punto di riferimento in città per la scena artistico/musicale/intellettuale globale) in compagnia del gotha della musica e della moda, e parliamo di artisti del calibro di Pusha T e A$AP Rocky, per citarne due. 

L’evoluzione di VERDY è caratterizzata da una varietà di progetti davvero impressionante: le collaborazioni nel mondo fashion di altissimo livello come quelle con UNDERCOVER, HUMAN MADE e KENZO (sì, lui e NIGO sono molto amici così come con Pharrell e Jun Takahashi); per non parlare di quelle con Nike, Swatch e con il Paris Saint-Germain; le opere realizzate per il Coachella e per il ComplexCon; le collaborazioni con il mondo della musica (Kid Cudi su tutti). Originario di Osaka, classe 1987, VERDY ha vissuto l’adolescenza tra la sua città natale e Tokyo. La cultura Ura-Harajuku degli anni ‘90 e degli inizi del 2000 ha avuto su di lui un impatto enorme. Le esperienze vissute lungo quegli anni gli sono rimaste dentro durante la crescita personale e artistica, al punto che tutto il suo bagaglio di nozioni, emozioni, conoscenze ed esperienze di quel periodo sono tuttora le principali caratteristiche – estetiche e concettuali – del suo lavoro. Niente del suo vissuto resta fuori dal processo creativo. Un’esemplificazione plastica di questo concetto è di sicuro la creazione del suo progetto “Wasted Youth”, ad esempio.

Divoratore professionista di magazine dedicati allo streetwear, ne fonderà uno (chiaramente) cartaceo: Thirty 3 Magazine. Appassionato di musica punk da sempre, ha infatti iniziato disegnando cover e locandine per i gruppi che amava e seguiva, diventando un autentico ponte temporale tra le generazioni che hanno pompato linfa vitale nella cultura Ura-Harajuku. Ha aperto anche una pizzeria New York style a Osaka, si chiama Henry’s Pizza. 

I grandi personaggi della vibrante Tokyo anni ‘90 per VERDY non hanno fatto scuola soltanto per ciò che riguarda l’estetica, l’abbigliamento, la musica e i riferimenti culturali in genere, ma anche per la fondamentale convinzione che siano le contaminazioni e i legami di quella prima epoca, realmente interconnessa in modo globale, a rendere tutto speciale, pur mantenendo il nipponico orgoglio di chi ha la consapevolezza di saper fare le cose.

Partiamo dall’inizio. Quali erano le tue passioni quando eri un ragazzino e non sapevi chi eri e cosa avresti fatto nella vita?

Da bambino ero affascinato dalla cultura visiva e dalla musica, in particolare dai manga, dalle riviste e dalle action figure. Sono sempre stato più bravo a disegnare e illustrare che a studiare. L’unica cosa che mi piaceva leggere erano le riviste di moda e di musica. Alla fine ho frequentato la scuola di design per l’università e mi sono appassionato alla scena punk, che si è fusa naturalmente con il mio amore per il disegno.

Una parte importante nella tua crescita personale e professionale l’ha giocata la musica, come ha influenzato la tua vita/carriera/percorso/studi?

Al liceo ero appassionato di musica punk e rock. Amavo i Green Day, i Blink-182, i Descendents, i Bad Brains, i Minor Threat e i Black Flag. Con i miei amici abbiamo fondato un gruppo punk e ricordo di aver pensato: “Perché non creare io stesso i volantini?”. Ne ero davvero attratto, così ho iniziato a realizzare artwork anche per le band dei miei amici.

Come sei finito a studiare graphic design?

Al liceo mi piaceva osservare i dettagli di tutte le copertine dei CD. Ho iniziato a cercare i nomi dei grafici che le disegnavano, ho fatto mille ricerche e poi ho deciso che era qualcosa che volevo fare anch’io. Così ho scelto il corso di studi.

Cosa di quel mondo ti affascinava e ti affascina tuttora?

Mi piace il graphic design perché è qualcosa che si può vedere ovunque nel mondo quotidiano. Dalle tazze, ai menu, alle insegne, ai cartelloni pubblicitari, è sempre intorno a noi, da tempo. Anche perché un buon design credo sopravviva negli anni.

Pensavi ti avrebbe portato dove sei adesso?

No, mi sento davvero fortunato. È come se vivessi in un sogno e sono molto grato del sostegno che ricevo.

A proposito di punk, di attitude punk più che altro. In un’intervista ho letto che avresti voluto esser stato più attento durante le lezioni di graphic design, perché? 

Alla scuola di design ho prestato attenzione solo ai corsi che ritenevo utili per il lavoro che mi interessava fare, come quello di design di t-shirt e quello di illustrazione. C’erano molti altri corsi di cui non pensavo di aver bisogno, ma con l’età ho capito quanto sarebbero stati importanti per me. 

Come si è evoluto il tuo rapporto con la disciplina? 

Quando ero più giovane non riuscivo a comprendere la disciplina. Mi interessava di più uscire e ubriacarmi con i miei amici, vivere uno stile di vita punk. Con l’età ne ho capito l’importanza perché ho più responsabilità, ho una team, una famiglia e delle scadenze da rispettare. Penso che essere disciplinati possa spingerti a diventare la versione migliore di te stesso.

Quanto è importante “essere disciplinati” per il tuo lavoro?

È molto importante, perché voglio che le persone rispettino il mio lavoro e voglio assicurarmi di fornire sempre il miglior risultato possibile.

Il graphic designer viene visto spesso come un mero esecutore ed è di solito il primo step che si compie quando ci si approccia al mondo dell’arte figurativa, soprattutto negli ultimi 30 anni. Come si passa da un ruolo del genere a uno che invece richiede istinto puro e creatività al suo massimo?

Il graphic design mi viene naturale perché lo faccio da molto tempo, da molto prima di ottenere tutto questo successo. Praticamente ho dedicato oltre 10.000 ore della mia vita al disegno e alla ricerca. Credo davvero che se si è costanti in qualcosa, con il tempo si può solo migliorare. 

So che sei un grande appassionato di magazine, e la cultura giapponese è piena di riviste che raccontano la street culture nipponica. Quali riviste hai letto ai tempi della scuola di design e che impatto hanno avuto sulla tua crescita personale e artistica? 

Vivevo in campagna a Osaka, quindi per andare a trovare i miei amici ci volevano sempre almeno 45 minuti di treno. Poiché non c’erano i social media, per passare il tempo leggevo le riviste e ne analizzavo ogni dettaglio. Le riviste erano come libri di scuola per me, così ho imparato molto sulla cultura streetwear di Urahara. Alcune delle mie riviste preferite erano BOON, Relax, Eyescream, Smart e Ollie.

Tutti abbiamo dei punti di riferimento ai quali ci ispiriamo. Oggi è tutto molto semplice grazie ai social, ma quando hai iniziato non era così. Quali erano le tue di reference al tempo e in che modo entravi in contatto con le persone che ammiravi? 

Quando ero più giovane visitavo negozi vintage e librerie, da cui traevo molta ispirazione, soprattutto per quanto riguarda il punk rock. Quel periodo è stato davvero speciale per me perché non c’erano i social media e quindi le reference per le persone erano più esclusive. Oggi mi sento fortunato perché ho potuto incontrare, diventare amico e lavorare con le persone che ammiravo e che vedevo solo nelle riviste. 

Quelle reference sono cambiate nel tempo?

Sì, sono cambiate. Amo ancora il punk rock ad esempio, ma ora tutto è più basato sui miei sentimenti e sulle mie esperienze di vita.

Hai collaborato con brand del calibro di UNDERCOVER, HUMAN MADE, KENZO, Nike SB. Ci racconti come si è aperta la possibilità di collaborare con il mondo della moda? 

Ho avuto la fortuna che Jun Takahashi abbia voluto lavorare con me all’inizio della mia carriera. Abbiamo realizzato una collaborazione con UNDERCOVER nel 2018 e ha avuto molto successo. In seguito Jun ha parlato di me a Nigo, abbiamo costruito un’amicizia e il resto è storia.

Era uno dei tuoi obiettivi?

Sì, da sempre.

Ho letto che la nascita di Girls Don’t Cry è legata a un viaggio a LA che hai fatto con tua moglie. Ci racconti come sono andate le cose e il progetto in sé?

Il progetto Girls Don’t Cry ha preso il via durante quel viaggio a Los Angeles, ma non era questa l’intenzione. L’ho creato come regalo per mia moglie. All’inizio della mia carriera, mia moglie era quella che aveva un lavoro stabile mentre io facevo il freelance e c’è stato un periodo in cui ha sofferto di depressione, così ho disegnato una maglietta e una tote bag con questa scritta e gliele ho regalate per ricordarle che è una donna forte. Poi, durante il nostro viaggio a Los Angeles, ho regalato alcuni pezzi in più che avevo realizzato ai miei amici più stretti e da lì è partito tutto. 

Con il tuo progetto Wasted Youth sembra che tu abbia voluto riportare in auge la cultura e la filosofia punk. È così? Oppure, cosa ti ha spinto a realizzare questo progetto?

No, non è così. Prima di iniziare con Wasted Youth, ero un grafico freelance che lavorava per gruppi punk locali, disegnando le loro copertine e il loro merchandising. In quel periodo facevo arte sulla base delle loro indicazioni, così ho creato Wasted Youth con l’intenzione di avere un progetto basato sui miei sentimenti. Poiché la cultura punk ha sempre fatto parte della mia vita, l’ho naturalmente incorporata in questo progetto.

So che la cultura di Urahara ha avuto un forte impatto sulla tua persona. Puoi raccontarci cosa ha significato davvero per te?

Urahara è una sottocultura giapponese che ha dato vita allo streetwear negli anni ’90 nel quartiere Harajuku a Tokyo e proprio per questo ha avuto un grande impatto su di me. Quest’epoca è davvero speciale e sono molto fortunato ad averla vissuta durante il suo apice.

Come ti ha influenzato, se lo ha fatto?

Urahara è parte del mio stesso DNA.

Una curiosità. Sappiamo che il mondo delle mascotte in Giappone è profondamente radicato nella società. Questo aspetto ha influenzato la creazione dei tuoi personaggi? Se sì, come?

Creare personaggi mi è venuto molto naturale. La mia ispirazione principale viene dai cartoni animati americani, non da quelli giapponesi. Ho sempre ammirato e sono sempre stato un fan di Topolino e di tutto ciò che Walt Disney ha creato negli anni.

Sei riuscito a portare un’estetica giocosa nel mondo dell’hip hop e dello streetwear: perché hai pensato che questo fosse possibile?

Onestamente non ci ho mai pensato in questo modo. Continuo a fare quello che mi piace e sono felice di poter operare in mondi e culture diverse semplicemente essendo me stesso. 

In un’epoca in cui la digitalizzazione è al centro dell’infotainment, tu hai scelto di andare controcorrente e hai recentemente fondato un magazine cartaceo, THIRTY 3 MAGAZINE, di cui sei anche editor-in-chief. Puoi parlarci del progetto?

I magazine sono stati i miei libri di testo da bambino per tutto ciò che riguardava la moda e la musica, ma ne ho visti molti scomparire con la crescita della cultura di internet. Mi sono reso conto che però non ne esistevano che catturassero l’attuale street culture giapponese nel suo complesso, il che sarà un problema per le generazioni future che guarderanno a quest’epoca. Ho quindi creato THIRTY 3 MAGAZINE per incarnare questi anni per i giovani del futuro e ispirarne la creatività. Per me era particolarmente importante creare qualcosa di tangibile, perché ritengo che abbia un impatto maggiore rispetto al semplice scorrere su internet. Lo considero un elemento essenziale per la società. 

Un’ultima domanda. Qual era il tuo sogno da bambino? Chi volevi essere? E oggi invece, qual è il tuo sogno più grande?

Volevo essere un pittore o un artista. Mi piace molto disegnare. Volevo essere come Goku in Dragon Ball hahahahah. Vorrei avere un parco divertimenti tutto mio, come Disneyland, con i miei personaggi. 

Introduzione:
Leonardo Brini
Photo:
Simone Biavati
Illustrazioni:
Verdy