Ogni volta che mi lascio torno ad ascoltare musica elettronica, sarà perché è da sempre l’unico genere musicale che ascolto in solitudine. Se il resto della musica che amo diventa come saliva e si fa preziosa materia di scambio con l’altro, l’elettronica rimane un viaggio solitario. Il clubbing mi regala la gioia di perdermi, di sciogliermi nel corpo degli altri, mentre l’elettronica che ascolto a casa ha l’ingrato compito di farmi ritrovare, di ricentrarmi. È la musica che ascolto quando scrivo, anche adesso.
Da anni sentivo parlare di una rassegna di musica sperimentale organizzata da un padre gesuita che, dal 2012 a oggi, ha portato a Milano artisti internazionali come James Holden, Nicolas Jaar e Shackleton. Si chiama Inner Spaces e ha come casa la Fondazione Culturale San Fedele, una realtà gesuita che promuove il confronto tra cultura e spiritualità anche attraverso questi concerti che esplorano il legame tra musica elettronica e interiorità umana.
In autunno ho iniziato a frequentare questo festival nascosto, il primo concerto a cui ho partecipato è stato nella chiesa di San Fedele, l’ospite della serata era Christian Fennesz, musicista sperimentale a cui è stato commissionato un live sulla tematica degli angeli custodi. Su una panca di legno, uguale a tante altre su cui mi sedevo da bambina durante la messa, mi sono sorpresa a commuovermi. I riverberi della chitarra elettrica, le manipolazioni sonore, il buio denso della chiesa, gli angeli rappresentati sulle volte, è possibile essere toccati dalla musica in uno spazio sacro anche se nelle nostre vite non sembra esserci niente di spirituale?
La seconda volta ho partecipato a una delle due date di Lorenzo Senni, invitato (con un velo di ironia) a esibirsi in una continua variazione di “Canone Infinito”, casualmente uno dei pezzi che ho ascoltato di più negli ultimi anni.

L’occasione è perfetta per vivere in prima persona l’esperienza dell’auditorium di San Fedele, famoso per il suo acusmonium, ovvero un’orchestra di 50 altoparlanti, diversificati per gamma di frequenza e sparsi in tutta la sala, che offrono un’esperienza immersiva nel suono. Il musicista romagnolo è seduto al tavolo dei mixer, visibile nel buio della sala grazie alla luce di piccole spie blu e rosse. Sul palco una parte degli altoparlanti dell’impianto audio, monoliti in legno illuminati dalla luce rossa, quasi statue di una religione perduta.
Mi rendo conto che non è lo spazio sacro a rendere sacra un’esibizione. Proprio come in chiesa, anche questa volta il pubblico è immobile sulle poltrone e ascolta in silenzio, complice il suono che ci abbraccia, studiato per muoversi nello spazio ma capace di avvolgerci in maniera rotonda. Siamo tutti immersi nel suono, tanti con gli occhi chiusi. Un’esperienza solitaria che diventa collettiva quando tutti tratteniamo il fiato. In un momento in cui l’elettronica riecheggia dentro e fuori di me (dal pop che diventa sempre più sperimentale, al cinema, fino alle passerelle), ho voluto intervistare proprio Padre Antonio Pileggi, curatore del progetto e profondo conoscitore del suono. Lo si capisce dai verbi che sceglie di utilizzare: vibrare, echeggiare, risuonare. Ci ritroviamo dopo l’ultimo evento che ha visto Mike Paradinas, dj inglese conosciuto anche con il nickname μ-Ziq, esibirsi sul palco dell’auditorium. Mentre chiacchieriamo del perché un genere così astratto può toccarci in maniera così profonda, Padre Antonio sembra paragonare il corpo umano a una cassa armonica del suo acusmonium.

Partiamo dalla domanda che si fanno tutti: come e quando un prete gesuita come lei si è appassionato all’elettronica?
Il segreto è che io sono un musicista, ho studiato composizione contemporanea a Parigi. La musica elettronica è arrivata dopo, io ero fermo all’elettronica accademica – Stockhausen per intenderci. Quando nel 2010 abbiamo lanciato una prima ampia programmazione musicale ho scoperto che a Milano c’era fame di suoni più sperimentali. Ne parlai con l’amico compositore Massimiliano Viel, che mi disse: “Dovresti ascoltare Aphex Twin”. Da lì è iniziato tutto.
Cosa l’ha colpita di questo genere?
Quello che preme a me è raccontare come anche l’elettronica può legarsi a una dimensione di spiritualità e ricerca interiore.
L’atmosfera del club per me è bellissima, però l’elettronica che mi emoziona di più è quella che ascolto in solitaria ed è esattamente ciò che ritrovo nei vostri eventi.
Sì, è una ricerca intima. I live set che gli artisti presentano da noi sono esperienze che ci attraversano, che risuonano verso dentro. Sono una scoperta per noi e per loro. Quando un artista come Donato Dozzy porta le sue macchine e le usa per la prima volta dal vivo, è una scoperta anche per lui.
Da dove arriva il nome Inner Spaces?
Uno dei primi artisti che abbiamo contattato è Stephan Mathieu, nella mail che gli mandai per spiegargli il progetto gli scrissi che volevamo costruire degli spazi interiori. Inner Spaces, appunto.
Come sceglie gli artisti da invitare?
Ne discutiamo in team: io, Massimiliano Viel, Gaetano Scippa e Mauro Bonomo. Riceviamo tantissime segnalazioni da case discografiche, amici e artisti che si sono già esibiti da noi. I criteri di scelta sono due: la qualità delle produzioni e il possibile utilizzo del nostro impianto con 50 altoparlanti. Per esempio, la musica di Mike Paradinas è molto ritmica, con agganci all’EDM anni ‘90, ma con l’acusmonium se ne percepisce tutta la ricchezza interna. Con un impianto tradizionale, frontale, queste sfumature si perderebbero.



Frequenta concerti o festival?
Frequento più concerti di musica contemporanea, però ascolto molta musica. Anche più di 30 nuovi autori al mese.
Wow, sarei curiosa di vedere il suo Spotify Wrapped.
Non uso molto Spotify, mi dà fastidio la pubblicità.
Io alla fine ho ceduto all’abbonamento Premium, che app utilizza?
Bandcamp, YouTube, soprattutto SoundCloud. È lì che si trovano le produzioni più inedite e sperimentali.
Com’è prendere questi dj abituati a esibirsi nei club, a tarda notte, tra luci e corpi in movimento e portarli nel silenzio?
Quando li contatto, li avverto subito: il pubblico è seduto e in silenzio. Per alcuni è la prima volta, è sicuramente un rapporto nuovo con l’ascoltatore. C’è molta curiosità verso l’acusmonium e la risposta del pubblico, li fa anche riflettere. Nicolas Jaar e altri mi hanno detto che, quando durante un set vedono le persone bere e chiacchierare, si chiedono: “Ma che ci stiamo a fare?”. Molti amano esibirsi nei club, li arricchisce, altri fanno dj set per mantenersi. Ognuno ha il suo percorso, ma io sono interessato al loro giardino segreto.
Che cosa intende per giardino segreto?
Sono le produzioni personali che non mostrano a nessuno. Sono quelle più sperimentali, troppo complesse per essere suonate in un festival. Molti di questi artisti – Paradinas stesso – esibendosi da noi, scelgono di presentarsi con il proprio vero nome anziché l’alias da dj, come a dire: “Ecco, questo sono io”. Per la prossima edizione puntiamo a invitare musicisti di grandi band rock-indie proprio per far emergere queste bellissime produzioni nascoste.
Lei trova il celestiale in ogni appuntamento?
Ci sono artisti la cui musica è così luminosa che ci fanno entrare in uno stato contemplativo, vicino all’adorazione. Altri producono musica più dark, dove si percepisce in maniera molto forte il tormento interiore. Sembrano mondi lontani, ma è lì che mi tornano in mente certi salmi dove si esprime sofferenza umana, dove si ripetono frasi come non ce la faccio più, i nemici mi perseguitano.






Oltre all’auditorium, alcuni dei vostri appuntamenti sonori si tengono nella Chiesa di San Fedele. Lei nota un approccio diverso al luogo da parte del pubblico?
La chiesa è uno spazio sacro dedicato alla celebrazione dei sacramenti, ma la musica ne è sempre stata parte integrante. È per natura un ambiente immersivo, con un legame tra terra e cielo, sia simbolicamente che architettonicamente. Il suono è dappertutto e ci attraversa.
Ho partecipato al concerto di Christian Fennesz in chiesa ed è stato travolgente.
Anche chi non è credente avverte che c’è qualcosa di diverso. Il silenzio amplifica tutto e la musica si diffonde in modo inaspettato.
Ero seduta su una delle panche, con gli occhi chiusi, mi sono sentita quasi sopraffatta dall’emozione.
Siamo strutturati in modo tale che le cose che ci colpiscono possono entrare dentro di noi e scatenare uno stato estatico.
Come diceva prima, la religione ha sempre vissuto attraverso la musica, il canto…
Esistono passaggi bellissimi sul rapporto tra musica e fede. Sant’Agostino – che scoprì la musica proprio qui a Milano grazie a Sant’Ambrogio – descrive l’ascolto in chiesa come una delle esperienze più belle della sua vita. Scrisse anche che cantare significa pregare due volte.
È un po’ quello che facciamo quando leghiamo un sentimento a una canzone, è per viverlo due volte. Ripensavo ai salmi sui nemici che ci perseguitano, è un tema comune nel rap. Segue il genere?
Non mi attira molto, però mi è capitato di attraversare Piazza Duomo durante i concerti di Radio Italia e mi ha colpito il modo in cui il pubblico seguiva i rapper, cantando su ritmi velocissimi. Un impatto fortissimo.
Durante Inner Spaces ci si guarda dentro mentre nei grandi concerti la catarsi è cantare con il tuo idolo.
Comunque sono aperto all’ascolto, mi serve solo qualcuno che mi guidi. Lei ha i numeri di questi rapper?
Io no, ma li troviamo e organizziamo qualcosa.