Oltre il bisogno delle tasche

Avere tutto tra le mani è un’esperienza fisica e metafisica per le donne. Per prima arriva la realizzazione pratica: non hai tasche. Un secondo dopo, senza neanche pensarci, hai risolto invece il problema tenendo tutto il necessario stretto in mano. Solo dopo, quando rompi il precario equilibrio dell’incastro di oggetti che tenevi, magari per liberarti di una cosa o per provare ad aggiungerne un’altra, arriva la terza realizzazione: nonostante l’inghippo delle tasche, senza poter contare su aiuti pratici esterni, le mani sono state abbastanza.

Una sequenza di azioni e reazioni banale solo se vista dall’esterno. Viverla fa parte di una delle esperienze chiave dell’essere una donna, o una “girl”, come i media hanno deciso di incasellare questa categoria nei racconti più disparati. Quella della “girlhood” come esperienza di vissuto è un’idea entrata al centro del discorso culturale centinaia di volte negli ultimi anni come se fosse stata appena scoperta e non come un concetto vero, reale e vissuto prima ancora di essere analizzato e documentato. Le girls sono state richiamate in causa come una novità, dimenticando come sempre di ricontestualizzarle nella realtà.

Adama: portafoglio, Ventolin, videocamera, 2 Campari Soda, scarpe con il tacco, borsa, incenso.
Margherita: quadernino con copertina in stoffa orientale, sigarette coreane, Goleador, mazzo di chiavi, biscotto della fortuna, mela, multipack di maschere per il viso.
Giulia: metro da sarta, rocchetto di corda, tabacco, portafoglio, cane al guinzaglio, mazzo di chiavi, sketchbook, gomitolo di lana, squadra da modellista.

Le stesse protagoniste del profilo Instagram girlscarryingshit rappresentano questo vissuto, contestualizzato in scenari che più onesti non si può. La bio del profilo racchiude tutto: “dopo migliaia di anni senza tasche, i non-uomini hanno sviluppato un grip superiore per portare tutta la loro shit”.

«A questo punto penso che ci siamo evolute oltre il bisogno delle tasche». 
Halle Robbe

Un pensiero fulmineo e geniale che Halle Robbe, la fondatrice, ha avuto durante una pausa in ufficio. Era uscita di corsa portandosi dietro solo chiavi, AirPods e portafoglio, ma trovandosi davanti a un’offerta di 2×1 ha comprato due Red Bull invece che una, senza sacchetti o borse, tornando in ufficio con le mani stracolme. «Nel mio delirio, ho trovato comico quanta roba stessi portando nelle mie mani», ci spiega Halle.

«È per le girls ma essere una di loro è un mood, non una questione biologica».
Halle Robbe

Lo sfondo storico di questa iterazione social è in realtà radicato in un dettaglio della moda che rifletteva i ruoli di genere e le aspettative sociali: gli abiti femminili non erano pensati per essere funzionali e per questo mancavano di tasche (motivo per cui sono diventate necessarie le borse).

Giuliana: cappellino con visiera, bicchiere dell’acqua con cannuccia, Chupa Chups, macchina fotografica compatta, mazzo di carte, profumo, rossetto. 
Omaima: borsa, 2 caricatori, Coca-Cola, MacBook, sketchbook.
Greta: borsa, 2 mazzi di chiavi, cuffiette, mascara, marker, caramelle frizzanti, chewing-gum, telefono, “Novecento” di Alessandro Baricco, cappuccino. 

Se nella storia questa condizione è diventata simbolo di protesta, il rifiuto totale delle borse e la continua assenza di tasche sono arrivati oggi al silenzioso adattamento delle mani. Un punto su cui anche Halle concorda, «queste immagini confermano che in realtà ce la stiamo cavando benissimo anche senza tasche, anche se la loro mancanza nei nostri vestiti è sessista. A questo punto penso che ci siamo evolute oltre il bisogno delle tasche».

Anche se l’obiettivo originale poteva non essere questo, il messaggio finale delle immagini condivise da girlscarryingshit è quello di riunirsi intorno a un’esperienza condivisa. «Il punto è potersi riconoscere in quelle foto; le immagini devono essere genuinamente riconoscibili per tutte le ragazze, di qualsiasi background». Le immagini rappresentano per Halle quanto le girls ritratte siano ingegnose nella loro quotidianità. «Non solo troviamo il modo di farlo funzionare, ma lo facciamo nei modi più divertenti e creativi» spiega Halle. 

Nina: pacchetto di Winston blu, Clipper con perline, telefono, borsa in gomma, mazzo di chiavi, bicchiere di KFC.
Chiara: borsa di rete, acqua di cocco, mazzo di chiavi, preservativo, Nintendo DS, telefono, sigaretta elettronica, settimana enigmistica, “Mangiami pure” di Dacia Maraini.
Olivia: Ketodol, assorbente, bolle di sapone, sigaretta, macchina fotografica a rullino, rullino, accendino Nike vintage, “Cortomaltese”.

Le combinazioni singolari diventano quindi la diretta trasposizione delle vite e delle caratteristiche dei soggetti delle foto mentre il focus si tiene sempre solo sulle loro mani per evitare che i loro volti condizionino la narrazione autentica della shit che stanno portando. La preferita di Halle è una foto arrivata di recente: Reilly ha in mano le sue chiavi, una multa per eccesso di velocità e una coda dei suoi stessi capelli lunga 25 centimetri. Da quando ha aperto il profilo nel 2021 ha anche notato un cambiamento nelle girls, che hanno sempre più sigarette e joints in mano anziché sigarette elettroniche – un piccolo cambiamento? Non troppo piccolo se si pensa che le sigarette sono nate per gli uomini e che la narrazione intorno all’uso di droghe leggere è ancora oggi più legata alla sfera maschile che a quella femminile. 

Il gesto semplice e scontato di tenere quanti più oggetti (o comunque tutti quelli che servono) nelle proprie mani diventa quindi un gesto quasi politico, mantenendo tutta la leggerezza rappresentativa che un ammasso di oggetti può avere, oltre che essere una chiave attraverso cui leggere una persona – un mix tra un display consumistico e uno studio sociologico di ruoli di genere e moda. 

Photo:
Nunzia Marzano