
Che si tratti di dipinti, sculture o installazioni, siamo abituati a incontrare le opere d’arte prevalentemente all’interno delle sale di musei e gallerie. Tuttavia, esistono casi che rompono questa consuetudine e che, al posto di essere contenuti all’interno di spazi chiusi, sono esposti all’aria aperta. Nel tempo vi abbiamo parlato, per esempio, delle strutture in rete metallica di Edoardo Tresoldi e anche dell’opera di Michael Heizer nel deserto del Nevada, ma oggi torniamo in Italia.
Non tutti sanno che nei pressi di Trapani, in Sicilia, sorge un gigantesco quadrato bianco situato in mezzo al nulla. Tra le colline e i campi agricoli della Valle del Belice, infatti, è possibile incontrare una mastodontica struttura in cemento che si distingue dal resto che la circonda.
Nota con il nome di Grande Cretto o Cretto di Gibellina, l’opera dell’artista Alberto Burri rappresenta uno dei più colossali esempi di Land Art al mondo. La sua estensione misura oltre 80.000 metri quadrati e per terminarla ci sono voluti più di 30 anni.
Tutto ha inizio da un evento drammatico. Nel 1968 la zona viene colpita da un terremoto che si rivela disastroso per numero di vittime e di danni. Gibellina è uno dei paesi più colpiti e, all’indomani del sisma, si ritrova completamente raso al suolo. Per questo, Ludovico Corrao, visionario sindaco del tempo, decise di compiere un atto coraggioso. Ricostruì la città a qualche chilometro di distanza e, per stimolare la rinascita culturale del luogo, volle popolarla di opere che commissionò direttamente a rilevanti figure dell’arte contemporanea.
Parteciparono artisti come Mario Schifano, Nanda Vigo, Joseph Beuys e, tra questi, Alberto Burri, che rimase profondamente colpito alla vista dei resti del paese vecchio, tanto da decidere di realizzare il proprio intervento proprio in quel luogo distrutto. L’idea gli è chiara sin da subito: avrebbe compattato le macerie degli edifici crollati all’interno di enormi blocchi di cemento bianco, così da incastonare la memoria della tragedia in un’opera che avrebbe alimentato il ricordo e non la cancellazione del passato.
Nel 1984 iniziano i lavori. Sono 120 i volumi di macerie e cemento che compongono il Grande Cretto, la loro altezza media è di 1,60 metri e sono disposti ricalcando esattamente le strade e i vicoli del paese ormai scomparso, che ora si presentano nuovamente percorribili dai visitatori. L’effetto è paragonabile a quello di un grande labirinto, con la differenza che non vi è una meta da raggiungere: l’obiettivo è esplorare liberamente l’opera, per entrare in contatto con la ferita che ha segnato la storia del posto.
L’opera, inoltre, riprende uno dei cicli più celebri di Burri. Si tratta dei “Cretti” che, durante gli anni ’70, l’artista realizza attraverso la disidratazione di caolino, colle viniliche e tempera, ottenendo come risultato le iconiche composizioni di crepe e solchi.

Nel 1989 il cantiere del Grande Cretto si ferma per l’esaurirsi dei fondi destinati all’opera e solo nel 2015, in occasione del centenario della nascita di Burri, si decide di portarla a compimento, vedendo finalmente concretizzarsi l’idea per come era stata concepita dall’artista.
