Ero un hater di “Mare Fuori”, ora ho cambiato idea

*SPOILER ALERT*

Avete presente quella fastidiosa sensazione che vi assale quando tutti, all’improvviso, iniziano a parlare di una serie televisiva (o di un film) etichettandola come bella-bellissima-superlativa? Ecco, questo è quello che mi è successo con “Mare Fuori”. Ma a volte capita, dai. Quante volte per colpa di un esagerato fanboysmo esercitato dai nostri amici abbiamo evitato di scoprire che so, magari un nuovo artista? Un esempio sono i Justin Bieber e gli One Direction di turno: se ora hai tra i 25 e i 26 anni, con molta probabilità hai iniziato le scuole superiori quando JB stava iniziando a prendere piede in larga scala, aveva tipo 17 anni e sono pronto a scommettere qualsiasi cosa sul fatto che l’iPod della vostra compagna di banco suonava quasi esclusivamente le tracce di “My World” (primo album ufficiale di Justin – quello che conteneva “Baby” per intenderci). E poi però? Che succede? Accade che ci sentiamo in dovere di chiedere scusa a quella compagna di banco che prendevamo in giro solamente per essere attratta da un 17enne con un ciuffo biondo (all’epoca mega figo!). Dobbiamo chiedere scusa se – a distanza di dieci anni – ci ritroviamo a canticchiare di fronte allo schermo di un karaoke canzoni di quell’epoca e di quegli artisti (in realtà il mio percorso di redenzione è iniziato molto prima, già quando è uscito “Purpose” di Justin Bieber nel 2015, uno dei dischi che ho più ascoltato in tutta la mia vita, ma anche quando mi ha iniziato a balenare in testa il pensiero di voler andare alla tappa italiana dell’omonimo tour a Bologna; poi ho preferito andare a quello dei Red Hot Chili Peppers, sempre all’Unipol Arena, ma qui sorvoliamo). Questo sproloquio serviva proprio. Questo insolito accostamento tra Justin Bieber e “Mare Fuori” è un espediente introduttivo di questo articolo. Ho odiato “Mare Fuori” senza neanche guardare mezza puntata. L’ho iniziato, ho guardato 30 minuti e lo odiavo ancora di più. Poi però non mi sono più staccato dallo schermo.

Non voglio neanche etichettarlo come “guilty pleasure”. A me “Mare Fuori” piace e basta, e anche tanto. Eppure, quei famosi primi 30 minuti iniziali mi avevano dato delle vibes molto strane, un po’ alla “Tempesta d’amore”, specialmente quando Carmine compie una goffa rincorsa per uccidere Nazario, e pensavo che mi avrebbero fatto abbandonare l’ennesima serie per tornare a scrollare su TikTok. Ma la verità è che poi alla fine “Mare Fuori” è riuscito a tenermi attaccato allo schermo esattamente come ci riescono quelle rapide e talvolta fruibili clip pubblicate dagli utenti su TikTok.

“Mare Fuori” ha una grande forza seduttrice, ammaliante, e la sua patina fatta di morale, etica e insegnamenti da pacca sulla spalla fa da cornice a una trama mega intrecciata costruita alla perfezione per non farti mai distogliere lo sguardo dallo schermo. “Mare Fuori” è una serie veloce, dove succedono troppe cose, e quelle “troppe cose” sono ciò di cui vuole essere nutrito uno spettatore che guarda un prodotto di questo genere. «Sarà l’ennesima serie-denuncia sul lato oscuro di Napoli» – sì, un po’ lo è. Ma la romanzata che hanno portato avanti funziona tanto, troppo bene, e permette di scoprire sia il lato più impegnato della serie che quello più “soft”. È quello che ho sempre voluto. Un drama da teen drama americano tutto italiano che però non prendesse le distanze dall’accentuazione di stereotipi e cliché. In “Mare Fuori” c’è una zingara, un fighetto milanese borghese, figli di boss della camorra e chi più ne ha più ne metta, ma sono tutti accomunati dallo stesso tetto (tranne quando ottengono il famigerato e bramato permesso con cui incasinano di nuovo le loro vite) e soprattutto dallo stesso obiettivo: costruirsi una nuovo canovaccio o semplicemente riprendere la loro vecchia e tormentata strada che già percorrevano, a qualsiasi costo. Il sangue e le scene crude non mancano, e vedere anche i più “puliti” pronti a sporcarsi le mani per difendere le proprie speranze, dentro e fuori il fittizio IPM che si rifà al carcere minorile di Nisida, è sicuramente un punto a favore della serie.

E poi che strano. Non ricordo una serie televisiva italiana capace di far diventare i suoi attori delle superstar. Sì, “Baby” con Benedetta Porcaroli un po’ ci è riuscita, ma da quando i diritti SVOD (Subscription Video on Demand) di “Mare Fuori” sono passati nelle mani di Netflix è tutto diventato più americaneggiante, e gli attori (specialmente quelli giovanissimi, ovviamente) sono diventati delle superstar – forse addirittura più della serie stessa. Quindi non mentiamo neanche su questo: gli attori di “Mare Fuori” hanno funzionato come calamita e sono riusciti nell’ultimo periodo a dare una nuova vita a una serie che nei primi anni dall’uscita neanche si sognava un successo del genere. Era forse questo che aspettavamo? Un progetto televisivo che per forza di cose diventasse rappresentativo, che ci permettesse di acquistare una sorta di “pacchetto completo” composto da: personaggi-celebrity, leggerezza da teen drama, realismo accentuato e uno storyline dei personaggi diverso e spesso. Proprio quest’ultimo è il lato più potente di “Mare Fuori”: sapere che a ogni puntata saremo bombardati da plot twist, ribaltamenti di finale che sembravano già scritti e molto altro. “Mare Fuori” mi ha conquistato, e mi ha insegnato a non giudicare mai più un prodotto in base a commenti altrui.